Immagine di sfondo della pagina Quando vince la squadra: cosa il pattinaggio di figura insegna (anche) al turismo
09 febbraio 2026

Il clima olimpico di Milano-Cortina 2026 travolge, appassiona e spinge a delle riflessioni. Perché lo sport è una scuola: con le proprie regole, i successi e le cadute è una strada maestra. E per chi si è già lasciato contagiare dalla febbre dei cinque cerchi, c’è qualcosa di profondamente educativo nella gara a squadre del pattinaggio di figura che si è conclusa ieri sera. Non solo per chi ama questa meravigliosa disciplina capace di combinare forza, tecnica ed eleganza, ma per chiunque lavori in un sistema complesso, fatto di ruoli diversi, responsabilità condivise e risultati che non dipendono mai da una sola performance.
Dopo tre giorni di gara, il team degli Stati Uniti ha conquistato l’oro grazie anche all’immenso talento di Ilia Malinin. Un fenomeno fuori scala, capace di spostare l’asticella tecnica e narrativa di un’intera categoria. Wow, c’è poco da aggiungere. Ma la vera lezione non sta solo lì. Sta nel fatto che quella medaglia è il risultato di una squadra. Di punteggi che si sommano, di errori che pesano quanto le eccellenze, di equilibri fragili che si tengono solo se tutti fanno la loro parte.

E poi c’è l’Italia.
Un bronzo meraviglioso, che vale molto più del metallo di cui è fatto. Perché arriva dal lavoro di tutti gli atleti scesi in pista, da prove diverse, stili diversi, pressioni diverse. Nessun fuoriclasse solitario (anche se Matteo Rizzo, con il suo Interstellar, ci ha fatto scendere una lacrimuccia). Nessun exploit isolato. Solo una cosa rarissima e preziosa: un risultato di sistema.
Ed è qui che il pattinaggio smette di essere solo sport e diventa una metafora perfetta per ascoltare le esigenze della travel industry contemporanea.
Nel turismo, come nello sport a squadre, non vince il solista.
Non vince l’hotel più bello se intorno il territorio non funziona.
Non vince la destinazione che investe in promozione se poi l’esperienza reale non è all’altezza.
Non vince l’evento, l’influencer, il nuovo slogan, se tutto il resto rema in ordine sparso.
Una destinazione è una coreografia complessa. Trasporti, accoglienza, ristorazione, servizi, storytelling, residenti, operatori, istituzioni. Ognuno ha un ruolo diverso, un peso diverso, un momento diverso in cui entrare in pista. Ma il punteggio finale è uno solo. E se qualcuno cade, non cade mai da solo.

Eppure, nel turismo continuiamo spesso a ragionare come se bastasse il numero singolo. Il progetto individuale. Il protagonismo. La performance che “fa notizia”.
È una visione miope, che magari regala un buon esercizio libero, ma difficilmente porta una medaglia. Sentiamo da anni – in convegni pomposi e tavole rotonde con grandi esperti del comparto – il leit motiv “Bisogna fare sistema”. È giusto. Ma in pratica, ci si riesce davvero?
Il bronzo italiano nel pattinaggio di figura ci regala un messaggio chiarissimo: non serve essere i migliori in tutto, serve essere solidi insieme. Servono continuità, fiducia reciproca, capacità di accettare che il proprio ruolo – anche quando non è sotto i riflettori – è determinante.
Nel turismo questo significa smettere di pensarsi come isole. Significa capire che la reputazione di un luogo non la costruisce chi brilla di più, ma chi sbaglia di meno. Significa investire nel coordinamento, nella visione condivisa, nella qualità diffusa. Anche quando è meno sexy, meno instagrammabile, meno immediata.

Le Olimpiadi, ogni volta, ci ricordano una verità scomoda: il talento individuale è straordinario, ma non basta. Nel turismo, come nello sport, le vittorie durature arrivano solo quando si accetta di essere parte di qualcosa di più grande del proprio ego, del proprio brand, del proprio perimetro.
E forse è proprio questo il messaggio più attuale per il nostro settore: non è cruciale cercare il prossimo Ilia Malinin del turismo. Occorre piuttosto costruire squadre capaci di reggere la pressione, valorizzare le differenze e arrivare insieme, dignitosamente, sul podio. Poi, se ci dovesse riuscire un eccitante quadruplo Axel…che ben venga. Ma non è indispensabile.
Pattini ben allacciati, fili perfetti, costanza. E la medaglia al collo, ce la mettiamo tutti.

Gaia Guarino

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