Immagine di sfondo della pagina Terremoti, la distanza tra l’epicentro e il viaggio

Quando un terremoto colpisce una destinazione, alla tragedia umana e ai danni sul territorio si aggiunge un impatto meno immediato da misurare: operatività, programmazione e domanda non reagiscono necessariamente nello stesso modo né negli stessi tempi. È in questa distanza che il sisma continua a pesare sul turismo.

Prima il Venezuela e il Giappone, poi la Colombia il 10 agosto e ora l’Indonesia. In meno di due mesi alcuni forti terremoti hanno riportato il rischio sismico nell’attualità internazionale, con conseguenze molto diverse nei territori interessati.
Non c’è alcuna relazione tra questi eventi e la loro successione non indica, da sola, un aumento della sismicità. La coincidenza temporale è però singolare per un’industria che lavora quasi interamente sul futuro: voli programmati mesi prima, allotment, contratti, itinerari, partenze vendute con largo anticipo. Il terremoto interrompe questa costruzione in pochi secondi.
Nelle aree colpite, naturalmente, vengono prima le vittime, i soccorsi, le persone rimaste senza casa, le infrastrutture danneggiate. Soltanto dopo comincia a delinearsi ciò che quell’evento significa per chi deve partire, per chi si trova già sul posto e per un’industria che, mentre l’emergenza è ancora in corso, deve ricostruire rapidamente la geografia reale di ciò che sta accadendo.

Ed è una geografia che nelle prime ore tende inevitabilmente a deformarsi. Un terremoto ha coordinate precise, una profondità, un’area nella quale gli effetti sono più intensi. La notizia viaggia invece con il nome più riconoscibile. Flores diventa Indonesia, il Chocó diventa Colombia, Iwate diventa Giappone. È inevitabile nella cronaca. Molto meno neutrale quando dall’informazione si passa al viaggio.

Il costo che si allontana dall’epicentro

La parte più visibile dell’impatto è anche quella che emerge per prima: infrastrutture danneggiate, collegamenti interrotti, strutture inagibili, aree temporaneamente inaccessibili. Ma per il turismo la mappa del danno materiale è soltanto il primo livello di una crisi che comincia quasi immediatamente a propagarsi oltre il territorio direttamente coinvolto. Lo si vede in questi giorni in Colombia, dove Imagine Colombia, dopo il sisma del 10 agosto, ha distinto le zone interessate dalle principali destinazioni turistiche rimaste operative. E lo mostra ancora più chiaramente l’Indonesia, dove la situazione di Flores, per quanto grave, non può essere automaticamente trasferita a Bali, Giava o al resto di un arcipelago che si estende per migliaia di chilometri.
È proprio nello spazio tra queste due geografie — quella del sisma e quella della programmazione — che si concentra una parte importante delle ripercussioni per la filiera. Un viaggio è composto da servizi acquistati e coordinati molto prima della partenza e basta che uno dei passaggi venga meno perché ciò che accade in un punto si trasferisca altrove: sulla compagnia aerea, sul tour operator, sul corrispondente locale, sulla distribuzione, sulle strutture e naturalmente sul cliente. Riprogrammazioni, riprotezioni, capacità già impegnata e non utilizzabile, cancellazioni, rimborsi e assistenza straordinaria formano così una contabilità parallela, molto meno visibile di quella dei danni materiali. E mentre si interviene sulla programmazione già venduta, resta aperta quella futura, costruita su contratti e partenze che possono estendersi per settimane o mesi oltre l’emergenza.

Una parte del costo turistico di un terremoto si allontana quindi rapidamente dall’epicentro. Quanto lontano possa arrivare dipende anche dalla relazione tra l’area colpita e l’economia turistica del territorio. All’Aquila, nel 2009, il sisma investì direttamente la città, il patrimonio, la capacità ricettiva e le infrastrutture, facendo coincidere in larga misura la geografia del disastro con quella dell’offerta locale. Una ricerca pubblicata nel 2025 ha ricostruito una forte contrazione nel breve periodo e una traiettoria del settore rimasta inferiore allo scenario senza terremoto anche nel medio termine.

Santorini
racconta quasi il contrario. All’inizio del 2025 l’isola attraversò settimane di intensa attività sismica senza subire le distruzioni associate ai grandi terremoti, ma le scosse arrivarono in un momento particolarmente sensibile per una destinazione stagionale, mentre si stavano formando le prenotazioni per l’estate. Le cancellazioni rimasero contenute; a rallentare furono soprattutto le nuove vendite, che cominciarono a recuperare con l’attenuarsi dell’attività sismica. Il caso rende particolarmente visibile un effetto che altrove tende a confondersi con le conseguenze materiali dell’emergenza: la domanda può reagire al rischio prima, e talvolta indipendentemente, dalla capacità effettiva di una destinazione di accogliere visitatori.
È su questo terreno che le conseguenze di un terremoto diventano più difficili da seguire. Le infrastrutture possono essere verificate, i collegamenti ripristinati, le strutture riaperte; il mercato non risponde necessariamente agli stessi tempi. Le immagini della distruzione raggiungono in poche ore un pubblico globale, mentre il ritorno all’operatività avviene per passaggi successivi e dispone di una forza narrativa molto minore. Dopo un evento grave arriva inevitabilmente un momento nel quale alla cronaca dell’emergenza comincia ad affiancarsi quella della ripresa, ma le due narrazioni raramente procedono alla stessa velocità. E quando il terremoto interessa Paesi molto estesi, questa distanza può aumentare ulteriormente: Flores diventa Indonesia, così come il Chocó diventa Colombia, comprimendo dentro il nome di una destinazione nazionale situazioni territoriali profondamente diverse.

Il Marocco dopo il terremoto dell’Alto Atlante del 2023 offre una prospettiva ancora diversa. Il sisma devastò intere comunità e aprì una ricostruzione lunga, ma la geografia della distruzione non coincise con quella dell’intero sistema turistico nazionale. Mentre le aree colpite affrontavano le conseguenze dell’emergenza, gran parte del Paese continuava a essere accessibile e il Marocco concluse il 2023 con 14,5 milioni di arrivi, allora il massimo storico. Il dato nazionale non racconta naturalmente ciò che accadde nell’Alto Atlante, né attenua la gravità del disastro; mostra però quanto, all’interno della stessa destinazione, possano convivere tempi molto diversi e quanto sia difficile racchiudere la ripresa nella semplice alternativa tra una destinazione ferma e una destinazione ripartita.

È probabilmente questa asimmetria a rendere particolari le conseguenze di un terremoto sul turismo. Il danno materiale ha confini che, con il procedere delle verifiche, diventano progressivamente più definiti; quello economico può invece continuare a muoversi. Attraversa la programmazione già venduta, si distribuisce lungo la filiera, raggiunge le prenotazioni future e può estendersi a territori che il sisma non ha direttamente coinvolto. Una parte emerge subito nelle cancellazioni e nelle variazioni operative; un’altra diventa leggibile soltanto nel tempo, quando si può osservare quanto rapidamente la domanda sia tornata e quanto mercato sia stato perso nel frattempo.

Ed è forse qui che il turismo può aggiungere qualcosa alla cronaca: continuare a leggere i luoghi nella loro geografia reale anche quando la forza delle immagini tende inevitabilmente a comprimerla. Senza minimizzare ciò che è accaduto, ma senza estenderne i confini oltre ciò che i fatti raccontano. Perché la ripresa di una destinazione non dipende soltanto dal momento in cui infrastrutture, servizi e territori tornano a funzionare, ma anche da quello in cui il mercato torna a percepirla come tale.

R.D.

Cerca