11 settembre, 25 anni dopo: l’impatto sul turismo e sul modo di viaggiare
A 25 anni dall’11 settembre, il turismo racconta un mondo cambiato: sicurezza, USA, Arabia Saudita e il bisogno di tornare a viaggiare.
Avevo 14 anni e mi apprestavo a iniziare il liceo. Ricordo quel pomeriggio, ma soprattutto ricordo il momento in cui arrivò la notizia. E ricordo un dettaglio che, a distanza di venticinque anni, continua a sembrarmi quasi surreale: ero, per una pura coincidenza, sotto il consolato statunitense di Palermo. Non sapevo ancora che cosa fosse davvero un attentato terroristico. Non sapevo che cosa significasse vedere due aerei schiantarsi contro le Torri Gemelle, né potevo immaginare che quelle immagini, trasmesse ininterrottamente dalla televisione, sarebbero diventate una delle fotografie più riconoscibili e dolorose del nostro tempo. Avevo 14 anni. E come me, milioni di ragazzi e ragazze in tutto il mondo stavano entrando nell'età adulta in un mondo che, proprio quel giorno, aveva smesso di essere quello di prima.
L’11 settembre 2001 non ha soltanto cambiato la storia degli Stati Uniti, ha modificato profondamente quella dell’Occidente, il modo in cui abbiamo iniziato a guardare alla sicurezza, alle frontiere, agli aeroporti, alle città, alla geopolitica e, non ultimo, alla possibilità stessa di spostarsi liberamente. La Commissione d’inchiesta statunitense avrebbe definito quel giorno una trasformazione radicale della nazione: un momento di shock e sofferenza senza precedenti nella storia americana recente. E se c’è un settore nel quale quella trasformazione è diventata immediatamente visibile, è proprio il turismo.
Il giorno in cui il viaggio diventò anche una questione di sicurezza
Per l’industria turistica l’11 settembre fu uno spartiacque economico, ma prima ancora psicologico. Gli aerei rimasero a terra. Gli aeroporti si trasformarono da luoghi di passaggio in luoghi nei quali la sicurezza diventava parte integrante dell’esperienza del passeggero. Le procedure cambiarono, i controlli si moltiplicarono, la percezione della distanza e del rischio assunse un significato completamente nuovo.
Il viaggio, che fino ad allora era stato soprattutto sinonimo di libertà, scoperta e movimento, cominciò a essere associato anche alla possibilità del pericolo. E il contraccolpo economico fu immediato. L’aviazione commerciale, naturalmente, fu il primo settore a pagare il prezzo dello shock, ma la crisi si propagò rapidamente a hotel, tour operator, destinazioni, ristorazione, attrazioni e a tutta quella filiera che vive della mobilità delle persone. Per qualche tempo, la domanda che il turismo si era posto per decenni ossia “dove vogliamo andare?”, lasciò spazio a una domanda molto più elementare: “è sicuro andarci?”.
È una domanda che, in forme diverse, non abbiamo più smesso di porci.
Gli Stati Uniti: da destinazione ferita a gigante del turismo mondiale
Eppure, venticinque anni dopo, c’è un dato che racconta meglio di molti altri la capacità del turismo di assorbire gli shock e tornare a muoversi: gli Stati Uniti sono ancora una delle grandi destinazioni del pianeta. Nel 2001, l’anno degli attentati, gli Stati Uniti accolsero circa 45,5 milioni di visitatori internazionali. Negli anni successivi il turismo internazionale è progressivamente cresciuto, fino ad arrivare ai 79,4 milioni di visitatori del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia e il precedente record storico secondo la serie statistica oggi utilizzata dal National Travel and Tourism Office. Poi è arrivato il Covid, con una caduta senza precedenti della mobilità internazionale: nel 2022 gli arrivi erano ancora fermi a circa 50,9 milioni, il 36% in meno rispetto al 2019. Nel 2023 la ripresa ha portato il dato a 66,5 milioni; nel 2024 gli Stati Uniti hanno raggiunto 72,4 milioni di visitatori internazionali, il 91,1% del livello del 2019. Ma è soprattutto la previsione per questo 2026 a offrire una prospettiva interessante: il NTTO stima 85 milioni di arrivi internazionali, superando finalmente il livello record del 2019, con una previsione di crescita ulteriore fino a 96,7 milioni nel 2029.
In altre parole, nell’arco di venticinque anni gli Stati Uniti hanno attraversato una tragedia che ha modificato radicalmente la percezione della sicurezza, una lunga fase di crescita, una pandemia che ha paralizzato il turismo mondiale e una nuova ripartenza. E il risultato, oggi, è che il Paese si prepara a superare il proprio massimo storico di visitatori internazionali. Non significa che il turismo sia tornato quello di prima. Non lo è.
Perché nel frattempo è cambiato il modo stesso di viaggiare: sono cambiate le procedure aeroportuali, il rapporto con la sicurezza, la percezione del rischio e, più in generale, la consapevolezza che la mobilità globale non è qualcosa di scontato. Eppure si continua a partire.
New York ne è forse la dimostrazione più potente. La città che per il mondo intero è diventata il simbolo dell’11 settembre continua a essere una delle principali porte d’ingresso del turismo internazionale negli Stati Uniti. È un paradosso solo apparente. Una città può custodire una delle ferite più profonde della storia contemporanea e, allo stesso tempo, continuare a essere una delle città più desiderate e visitate del mondo. Un luogo può diventare simbolo di una tragedia e, contemporaneamente, continuare a essere simbolo di vita, viaggio, cultura e rinascita. Ground Zero è diventato un luogo della memoria, ma New York non è diventata una città-museo. Ha continuato a vivere, a cambiare, ad accogliere.
Il turismo, in questo senso, non cancella la memoria. La attraversa.
Venticinque anni dopo, viaggiare è diverso
Molte delle cose che oggi consideriamo normali non lo erano prima dell’11 settembre. La sicurezza aeroportuale è diventata un elemento strutturale del viaggio. Il controllo dei documenti, le procedure di screening, la gestione dei bagagli, la consapevolezza delle frontiere e il rapporto tra libertà individuale e sicurezza collettiva sono entrati nella quotidianità di milioni di viaggiatori. Ma il cambiamento più profondo è forse quello meno visibile: è cambiato il nostro rapporto emotivo con il viaggio. Abbiamo imparato un aereo non è soltanto un mezzo di trasporto. Che una grande città, un grattacielo, una stazione, una piazza possono diventare improvvisamente luoghi di vulnerabilità. Eppure abbiamo continuato a partire. Anzi, in un certo senso, abbiamo imparato a farlo proprio perché sappiamo che il rischio esiste. Poi sono arrivati altri attentati, altre guerre, altre crisi geopolitiche, la pandemia. Ogni volta il turismo si è fermato, o ha rallentato, o ha cambiato direzione. E ogni volta, appena possibile, è ripartito. Forse è questa la caratteristica più straordinaria del nostro settore: la capacità di ricominciare a muoversi.
E poi c’è l’Arabia Saudita
C’è un altro Paese che, guardando alla storia dell’11 settembre attraverso la lente del turismo, racconta una trasformazione quasi paradigmatica: l’Arabia Saudita. Il legame con gli attentati è una pagina che non può essere ignorata. Quindici dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi, un dato riportato dalla Commissione nazionale statunitense sugli attentati dell’11 settembre. Ma è altrettanto importante non trasformare questo dato in una semplificazione: la nazionalità dei dirottatori non equivale ad attribuire allo Stato saudita la responsabilità degli attentati. La stessa documentazione della Commissione dedica infatti un'ampia analisi alla rete di al-Qaeda, ai suoi finanziamenti e ai rapporti con diversi soggetti e istituzioni saudite. Vent’anni dopo, però, l’Arabia Saudita ha scelto di raccontarsi al mondo anche attraverso un linguaggio completamente diverso: quello del turismo. La svolta è arrivata con la Vision 2030, il grande programma di trasformazione economica e sociale del Regno nel quale il turismo è diventato uno degli strumenti per diversificare l’economia dalla dipendenza dal petrolio. Un passaggio decisivo è stato l’apertura al turismo internazionale: dal settembre 2019 il Regno ha iniziato a rilasciare visti turistici a visitatori provenienti da tutto il mondo. Parallelamente sono stati sviluppati nuovi prodotti e destinazioni, da AlUla a Diriyah, dalla costa del Mar Rosso fino a Riyadh. I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan la portata di questa evoluzione. Nel 2023 l’Arabia Saudita ha registrato 106 milioni di visitatori, di cui 27,4 milioni internazionali, secondo il rapporto annuale della Vision 2030. Nello stesso anno il Paese ha dichiarato di aver superato in anticipo l’obiettivo iniziale dei 100 milioni di visitatori fissato per il 2030. Il traguardo è stato successivamente rivisto al rialzo. La nuova ambizione è arrivare a 150 milioni di visitatori annuali entro il 2030. È un traguardo che la stessa Vision 2030 considera parte del progressivo cambio di rotta del KSA in una destinazione internazionale.
Nel 2024 i visitatori domestici e inbound sono arrivati complessivamente a circa 116 milioni, con una crescita del 6% sull’anno precedente. Il dato comprende però due mercati distinti: non significa quindi 116 milioni di turisti internazionali. Il dato più aggiornato è quello del 2025: il rapporto statistico annuale del Ministero del Turismo saudita indica circa 123 milioni di turisti complessivi, di cui 29,3 milioni inbound e 93,3 milioni domestici. La spesa turistica totale ha raggiunto circa 304 miliardi di riyal, mentre quella dei visitatori internazionali è stata pari a 176,6 miliardi di riyal. È soprattutto il passaggio dai 17,5 milioni di arrivi internazionali del 2019 ai 29,3 milioni del 2025 a raccontare la dimensione del cambiamento: in pochi anni, l’Arabia Saudita ha trasformato il turismo internazionale da componente relativamente marginale a uno dei pilastri della propria strategia economica. Ed è qui che la storia torna a incrociare il turismo. Per decenni, l’Arabia Saudita è stata raccontata soprattutto attraverso il petrolio, la religione, la geopolitica e le sue relazioni con l’Occidente. Oggi vuole aggiungere un’altra identità: quella di destinazione.
Il turismo diventa così anche uno strumento di nation branding: AlUla, Diriyah, il Mar Rosso, i grandi eventi, la cultura, l’intrattenimento e la nuova offerta alberghiera non sono soltanto prodotti da vendere. Sono anche modi attraverso i quali il Paese cerca di costruire una nuova narrazione internazionale.
E questa 'contraddizione', venticinque anni dopo l’11 settembre, è difficile da ignorare.
Da una parte gli Stati Uniti, il cuore dell’Occidente colpito dagli attentati, che hanno continuato a essere una delle principali destinazioni turistiche mondiali. Dall’altra l’Arabia Saudita, profondamente intrecciata alla storia di quell’attentato, che oggi investe miliardi per diventare una delle nuove grandi mete del pianeta.
La storia non si cancella. Ma i Paesi cambiano, le società cambiano, cambiano le percezioni e cambiano anche le ragioni per cui scegliamo di attraversare un confine. E forse il turismo, più di qualunque altro settore, ha il privilegio (nonché la responsabilità) di raccontare proprio questo: non soltanto ciò che un Paese è stato, ma ciò che sta cercando di diventare.
Il turismo come memoria del mondo
Guardare all’11 settembre dal punto di vista del turismo non significa, naturalmente, ridurre una tragedia umana ed epocale a una questione economica. Al contrario: significa riconoscere quanto profondamente la storia entri nei nostri viaggi. Viaggiamo dentro confini che sono il risultato di guerre e trattati. Attraversiamo aeroporti progettati anche sulla base delle paure maturate negli ultimi decenni. Visitiamo città che hanno trasformato tragedie in luoghi della memoria. Scegliamo destinazioni sulla base della loro sicurezza percepita. Assistiamo alla nascita di nuovi mercati turistici mentre altri cambiano pelle. Il turismo registra la storia, anche quando non ce ne accorgiamo.
E forse è proprio questo che rende ancora così potente ricordare l’11 settembre a venticinque anni di distanza. Io quel giorno avevo 14 anni e stavo per affrontare un nuovo capitolo della mia giovane esistenza. Non potevo sapere che il mondo che mi aspettava sarebbe stato diverso da quello nel quale ero cresciuta. Non potevo sapere che quella giornata avrebbe cambiato il modo di prendere un aereo, di attraversare una frontiera, di guardare una città dall’alto di un grattacielo.
Non potevo sapere che, molti anni dopo, avrei lavorato proprio raccontando il mondo attraverso il turismo.
E forse è questa la riflessione che oggi mi sembra più importante: il terrorismo ha cercato di fermare il movimento. Il turismo, invece, è risorto - sempre - come una fenice, dalle proprie ceneri.
Non nello stesso modo. Non con la stessa innocenza. Non con la stessa idea di sicurezza. Ma ce l'ha fatta e ce la fa ogni giorno.
Perché viaggiare significa anche questo: continuare a conoscere ciò che è diverso, incontrare persone, scoprire spazi fisici e umani e costruire ponti proprio quando la storia sembra volerli abbattere. Venticinque anni dopo, forse, il modo migliore per ricordare quel giorno non è soltanto fermarsi a guardare ciò che è crollato. È anche osservare tutto ciò che, nonostante tutto, ha continuato a muoversi a testa alta.
Gaia Guarino