Overtourism, dalla gestione dei flussi alla costruzione del viaggio
Il turismo europeo continua a crescere, mentre le destinazioni più esposte alla pressione dei flussi sperimentano accessi, prenotazioni, limiti alla ricettività e nuove regole. Non si tratta più soltanto di contenere gli eccessi.
La capacità dei luoghi sta diventando una variabile nella gestione della domanda e, sempre più spesso, anche nella costruzione del viaggio.
Per anni il successo di una destinazione è stato misurato soprattutto attraverso arrivi, presenze e spesa. Più crescevano i flussi, più il sistema sembrava funzionare. Oggi quella relazione non è più così lineare.
Non perché il turismo europeo abbia smesso di crescere. È vero il contrario. Nel 2025 le strutture ricettive dell’Unione hanno sfiorato 3,1 miliardi di pernottamenti, il 2,2% in più rispetto all’anno precedente e un nuovo massimo storico. Il 61,7% delle presenze si è concentrato in appena quattro Paesi — Spagna, Italia, Francia e Germania — mentre i pernottamenti internazionali sono cresciuti più della domanda domestica. Nel primo trimestre 2026, intanto, le notti prenotate nell’UE attraverso Airbnb, Booking ed Expedia sono aumentate di un altro 9,7% (Eurostat).
La domanda continua dunque a crescere, ma una parte consistente di quella crescita tende a convergere negli stessi luoghi, negli stessi periodi e spesso nelle stesse ore. Ed è qui che la discussione sull’overtourism sta cambiando: non soltanto quanti turisti arrivano, ma dove e quando la domanda incontra i limiti della destinazione.
Le proteste dei residenti a Barcellona, il contributo di accesso a Venezia, la stretta sugli affitti turistici ad Amsterdam e le prenotazioni obbligatorie introdotte nei luoghi più congestionati intervengono su problemi diversi. Insieme, però, raccontano il passaggio da un turismo misurato prevalentemente attraverso i volumi a una gestione che comincia a misurarsi con la capacità dei luoghi.
La carrying capacity non coincide necessariamente con un numero massimo di visitatori. Dipende dal territorio, dalle infrastrutture, dalla distribuzione dei flussi e dalla pressione esercitata sulla vita quotidiana. Una destinazione può continuare a crescere nel corso dell’anno e trovarsi contemporaneamente sotto pressione in un quartiere, lungo un percorso o per poche ore della giornata.
Dove si trova il limite
Barcellona racconta bene questa trasformazione proprio perché contiene una contraddizione soltanto apparente. Il turismo rappresenta una componente rilevante dell’economia e dell’occupazione cittadina, mentre la concentrazione dei visitatori in alcune parti della città ha alimentato una pressione crescente sull’abitare, sui servizi e sullo spazio urbano. Ridurre semplicemente il peso del turismo avrebbe conseguenze economiche; continuare a concentrare la crescita nelle aree già sature ne avrebbe altre.
La strategia della città si muove dentro questa tensione, intervenendo sulla gestione dei luoghi più frequentati, sulla mobilità dei bus turistici, sulla fiscalità e soprattutto sull’offerta abitativa. La decisione di non rinnovare alla scadenza le licenze degli oltre 10mila appartamenti turistici, con l’obiettivo di riportarli progressivamente all’uso residenziale entro il 2028, dice molto della direzione intrapresa: non intervenire soltanto sui visitatori, ma sulla relazione tra turismo e città.
Amsterdam interviene sullo stesso equilibrio da un altro versante. Il bed stop limita l’espansione della capacità alberghiera e dall’aprile 2026, in alcuni quartieri del Centrum e di De Pijp, il numero di notti durante le quali un’abitazione può essere affittata ai turisti è stato dimezzato.
In entrambi i casi parlare genericamente di “limite dei turisti” rischia di nascondere la natura stessa del problema: non esiste una sola capacità da governare. Può entrare in tensione lo spazio fisico di un centro storico, il mercato dell’abitare, la mobilità, un ecosistema fragile o un’infrastruttura. E una destinazione può trovarsi vicina al limite in uno di questi ambiti senza esserlo necessariamente negli altri.
Quando l’accesso diventa disponibilità
In Italia alcune delle sperimentazioni più interessanti si stanno concentrando sull’accesso, a scale molto diverse. Venezia ha legato il Contributo alla prenotazione e all’anticipo, rendendo almeno in parte prevedibile quel flusso di escursionisti giornalieri che per sua natura sfugge alla programmazione. A Roma il perimetro si restringe fino alla Fontana di Trevi, dove la questione è la concentrazione di migliaia di persone nello stesso spazio. Alle Cinque Terre, sulla Via dell’Amore, la prenotazione per fasce orarie interviene direttamente sulla contemporaneità delle presenze lungo un percorso particolarmente sensibile.
Non sono modelli sovrapponibili. Ma introducono tutti una variabile che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata estranea alla fruizione di una destinazione: la disponibilità. Non tutto ciò che è aperto è necessariamente disponibile nello stesso momento per tutti.
È a questo punto che la gestione della capacità comincia ad avere conseguenze anche sulla costruzione del viaggio. Alla disponibilità di voli, camere, trasferimenti ed esperienze si aggiunge quella degli accessi. Slot di visita, fasce orarie, prenotazioni obbligatorie e regole per la mobilità entrano così nella costruzione dell’itinerario. Avere disponibili i singoli servizi non garantisce più, da solo, la piena fruibilità del viaggio.
Per chi lo costruisce significa coordinare un’inventory che si estende progressivamente oltre quella tradizionale. E significa farlo dentro un quadro sempre più frammentato, perché ciascuna destinazione tende comprensibilmente a costruire regole e strumenti intorno alle proprie esigenze. Il risultato può essere un mosaico di sistemi diversi: un portale per un contributo di accesso, uno slot per un monumento, una prenotazione per un percorso, regole specifiche per gruppi e bus turistici, condizioni che cambiano tra pernottanti ed escursionisti.
Presi singolarmente sono meccanismi gestibili. È la loro somma, soprattutto quando attraversa più destinazioni nello stesso itinerario, a introdurre un nuovo livello di complessità nel prodotto. E quanto più questa geografia degli accessi diventerà articolata, tanto più conterà la capacità di renderla leggibile: informazioni aggiornate, procedure semplici e sistemi capaci di dialogare tra loro. È anche in questo spazio che tecnologia e intermediazione potrebbero tornare ad assumere un peso diverso.
Resta poi il prezzo, forse il più delicato tra gli strumenti utilizzati per governare gli accessi. Una tariffa contenuta può accompagnare altri meccanismi di gestione, ma difficilmente scoraggia chi ha già deciso di visitare una destinazione. Se invece diventasse abbastanza alta da modificare realmente la domanda, si aprirebbe un problema diverso: l’accesso rischierebbe di essere regolato non dalla capacità del luogo, ma dalla capacità di spesa del visitatore.
È su questo confine che la gestione dell’overtourism diventa più complessa: ridurre la pressione senza trasformare l’accesso in un privilegio e senza compromettere il valore economico che il turismo continua a produrre. Anche per questo le strategie europee raramente affidano al prezzo il compito di governare da solo la domanda, ma lo inseriscono in sistemi più ampi di accessi, prenotazioni, mobilità e regolazione della ricettività.
Dal territorio al prodotto
Che il tema stia uscendo dal perimetro delle politiche urbane lo mostra anche il modo in cui comincia a entrare nelle strategie dei grandi gruppi. Il 13 agosto Sebastian Ebel, CEO di TUI, ha indicato Spagna e Italia tra i Paesi nei quali alcune destinazioni si stanno avvicinando ai propri limiti di capacità turistica, guardando contemporaneamente a mercati con maggiore spazio di crescita, come Egitto e Turchia. È una valutazione aziendale, non la misurazione di una soglia oggettiva. Segnala però che il tema della capacità è ormai entrato anche nelle valutazioni strategiche dell’industria.
Se una parte delle destinazioni mature incontra limiti sempre più evidenti nei periodi di maggiore pressione, la crescita può cercare altre direzioni: nuove aree, stagioni più lunghe, destinazioni con maggiore capacità residua. L’overtourism entra così nella programmazione prima ancora che il prodotto arrivi sul mercato.
Per decenni l’industria turistica ha affinato strumenti sempre più sofisticati per portare domanda verso le destinazioni. Ora alcune di quelle destinazioni stanno costruendo strumenti per stabilire dove, quando e a quali condizioni accoglierla.
Ed è forse qui che l’overtourism cambia davvero natura: non soltanto ciò che accade quando arrivano troppi turisti, ma una variabile da considerare prima che arrivino.
R.D.